giovedì 14 marzo 2013

La bambola di Kafka ...

Tutti i pomeriggi Kafka va a fare una passeggiata nel parco. Un giorno incontra una bambina in lacrime che singhiozza da farsi scoppiare il petto. Kafka le chiede cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Lui subito comincia a inventare una storia per spiegarle l’accaduto.
"La tua bambola è andata a fare un giro", le dice. Lei gli chiede: "E tu come lo sai?"
"Perché mi ha scritto una lettera", le risponde Kafka. La bambina sembra sospettosa. "Ce l’hai qui?" Gli domanda,  "No, mi spiace – fa lui – l’ho lasciata a casa per sbaglio, ma domani la porterò con me".
E’ così convincente che  la bambina non sa più cosa pensare. Possibile che quell’uomo misterioso stia dicendo la verità? Kafka torna subito a casa per scrivere la lettera. Si siede a  tavolino e Dora  (la sua compagna), osservandolo mentre scrive, nota la stessa serietà, la stessa tensione che mostra quando sta componendo una sua opera. Non vuole prendere in giro la bambina. Questa è una vera fatica letteraria, e lui è ben deciso a compierla nel migliore dei modi. Se riuscirà a presentare alla bambina una bugia bellissima, e convincente, sostituirà la bambola perduta con una realtà diversa: falsa, forse, ma veritiera e credibile secondo le leggi della narrativa. L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera. La bambina lo sta aspettando, e dato che non ha ancora  imparato a leggere gliela legge lui ad alta voce. La bambola è molto spiacente, ma si è stancata di vivere sempre con le stesse persone. Ha bisogno di muoversi e di vedere il mondo, di fare nuove amicizie. Non è  che non voglia bene alla bambina, però desidera cambiar aria, perciò dovranno separarsi per qualche tempo.  Infine la bambola promette che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta  facendo. E’ da qui che la storia comincia a farmi venir voglia di piangere. Già è incredibile che Kafka si sia preso il disturbo di scrivere quella prima lettera, ma ora si dedica al progetto di scriverne una nuova  ogni giorno…al solo scopo di consolare la bambina, che fra l’altro per lui è una perfetta estranea, un esserino incontrato per caso un pomeriggio in un parco. Che tipo di uomo fa una cosa simile? Va avanti per tre settimane. Tre settimane. Uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti ha sacrificato il suo tempo, un tempo sempre più scarso e prezioso … per comporre le lettere immaginarie di una bambola smarrita.  Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka e lui per tre  settimane andrò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce  altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparità dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi alla fine decide di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui le si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.
Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più  la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua la realtà non esiste più.





Liberamente tratto da Follie di Brooklyn – Paul Auster
      

16 commenti:

  1. La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza.
    Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio. F.Kafka

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  2. Eh, Mony… Penso che più o meno lo abbiamo fatto tutti, vivere in un mondo immaginario è una valvola di sfogo da una vita che, anche nell’infanzia, non è mai quella che vorremmo. Non facciamo forse qualcosa di simile quando, ad esempio, per farci passare il malumore, ci andiamo a comprare qualcosa, anche la cosa più inutile al mondo purché ci dia l’impressione di non pensare sempre alle stesse cose?

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  3. Black Sabbath14 marzo 2013 12:16

    che bella bambola che sei te altro che quella di kafka
    occhi da cerbiatta che hai

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  4. non rinunciare del tutto alla possibilità di poter evadere ogni tanto dalla reale presenza…
    buona fortuna!

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  5. Salvatore Scarfone14 marzo 2013 12:27

    sei forte.Con i tuoi post ci spingi a riflettere.Con la psicologia usata da kafta per calmare la bambina ci hai insegnato che anche l'immagginario è utile

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  6. vero Kafka lo sapeva.... rifugiarsi nell'immaginazione è un sollievo a volte, e un modo per non perdere il bambino che è in noi.... 

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  7. Salvatore Scarfone14 marzo 2013 12:34

    hai perfettamente ragione io lo faccio spesso e non sono un bambino

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  8. era un po che nn venivo..e aprendo ho letto cose splendide…ma sei stupenda…

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  9. Un racconto che definirei impegnativo per kafka che nell'atto di consolare la bambina, si proietta in una storia fantastica. All'apparenza sembra, gioco facile per uno scrittore del suo livello ma l'impegno diventa gravoso al pensiero di non deludere la bambina e quel gioco si fa serio e dettagliato, fino all'epilogo in cui rende definitivo l'addio della bambola. Sarebbe un racconto di tristezza se non si mettesse in risalto che a quel punto la bambina ha ormai mutato il proprio orizzonte, assaporando pienamente il magico mondo della fantastica.
    Molto bella.

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  10. Ottimo spunto per impegnarsi.
    Là dove molti sarebbero passati oltre...... 

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  11. il bello della storia è l'impegno di Kafka per non deludere la bambina...quante volte noi passiamo oltre ....

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  12. Gabriele Damiani14 marzo 2013 13:43

    Io, Mony, sono la bambina e non smetterò mai di "vivere all'interno di una storia". O di scriverle, il che è lo stesso.

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  13. Fai bene Gabriele continua a scrivere le tue belle storie....e viverle! Anche io lo faccio, mi rifugio nei miei racconti a volte!

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  14. Gabriele Damiani14 marzo 2013 13:46

    I libri ci danno ciò che la vita ci toglie. Chi ha letto i miei romanzi mi considera un autore neorealista o iperrealista e c'è anche chi li ha definiti "docuromanzi". Ignorano, costoro, che li ho scritti per vivere vicende che altrimenti non avrei mai vissuto.

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  15. Ognuno di noi scrive per tanti motivi diversi, raccontare fatti e storie vissute o che si sarebbero volute vivere, o che si sono solo immaginate...l'importante è che le storie che abbiamo dentro prendano vita....

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  16. Bellissimo pezzo ed ottima storia...

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Benvenuto o benvenuta. Ti ringrazio di avermi letto e se vorrai lasciare il tuo commento mi farà piacere....positivo o negativo che sia.