lunedì 14 agosto 2017

IL BAMBINO E IL PETTIROSSO


Pilù era una palletta di piume alta non più di 15 cm, con gli occhi come perle nere e un pettorale rosso che spiccava sul piumaggio bruno e sul ventre chiaro. Quando l'aveva visto per la prima volta all'inizio dell'estate era ancora piccolo e spaurito e il piumaggio ancora di un colore indistinto che poco lasciava presagire alla bellezza che di lì a poco sarebbe sbocciata. Aveva cominciato a posarsi poco  dopo l'alba sul davanzale della finestra cameretta di Enrico, cinguettando e saltellando, da principio con fare guardingo, muovendosi con piccoli scatti del capo come per tenersi pronto a volare via al minimo segnale di pericolo.  Poi, mattina dopo mattina, quando aveva cominciato a mettergli sul davanzale briciole di pane e biscotti, il piccolo pettirosso aveva cominciato ad indugiare a lungo sul davanzale, finché era arrivato a spiluccare le briciole dalle sue mani senza paura. Era diventato un appuntamento fisso, appena sveglio Enrico sorseggiava la sua tazza di latte alla finestra dividendo i biscotti con il suo amico pettirosso. Gli aveva anche dato un nome, ma siccome non sapeva se era maschio o femmina, l’aveva chiamato Pilù perché gli pareva che potesse stare bene in entrambi i casi. Enrico se ne stava li in pace alla finestra a giocare con Pilù finché sua madre non lo riportava alla realtà urlandogli che ora di aiutare a sbrigare le faccende, e il pettirosso, quasi lo capisse, volava via, non prima di essersi voltato diverse volte come a salutare ed essersi esibito in una serie di giravolte e volteggi leggeri nell’aria accompagnati da quell’inconfondibile allegro gorgheggiare.  Poi una sera dopo il tramonto approfittando della finestra aperta Pilù era entrato silenziosamente nella cameretta di Enrico e si era posato suo comodino, e al risveglio l’aveva trovato lì a cinguettargli un allegro buongiorno. Da allora erano diventati inseparabili, il pettirosso si posava sulla sua spalla o gli svolazzava intorno tutto il giorno, mentre Enrico giocava nei campi con i suoi fratelli o a nascondino nella cascina. A volte dopo aver corso per ore nei campi, sempre con Pilù a svolazzargli dietro, si sdraiava sull’erba e giocava a dare una forma alle nuvole e il pettirosso stava lì poggiato sul suo petto a guardare il cielo assieme a lui.  Enrico aveva 7 anni, grandi occhi color del mare e boccoli biondi, era un bambino introverso, un po serio, che aveva dovuto crescere in fretta. Non si era mai sentito davvero desiderato e per quanto la sua famiglia gli volesse bene si era sempre sentito di troppo, come se non ci fosse lo spazio giusto per lui in quel quadretto del Mulino Bianco. E forse tanto idilliaco non lo era quel quadretto, per quello appena poteva scappava fuori casa con Pilù, lui sembrava capire i suoi stati d’animo e stare in silenzio o cinguettare al momento giusto, non lo lasciava mai solo, dormiva sul suo comodino, e trascorrevano insieme le giornate dividendo cibo, giochi e confidenze come vecchi amici. L’estate stava passando e per la prima volta Enrico non si sentiva solo, nonostante i suoi genitori e i fratelli lo prendessero in giro per quella strana amicizia, a lui non importava.  Certo i suoi fratelli non smettevano di fargli scherzi e dispetti, a volte crudeli, come quando avevano chiuso Pilù dentro l’armadio ed Enrico l’aveva liberato appena in tempo trovandolo quasi esamine  a forza di sbattere le ali disperatamente per uscirne. Quella notte era rimasto sveglio a vegliare su di lui, sfiorandolo dolcemente e promettendogli che sarebbero stati amici per sempre. Era quasi finito settembre, il cielo si era fatto nuvoloso e l’aria fresca, il ritorno  sui banchi di scuola il primo ottobre era imminente. Il fratello maggiore di Enrico aveva portato a casa un grosso gatto. Era il vecchio gatto tigrato che di solito viveva nella stalla o in cortile, cacciando topi e lucertole, ma quando le notti avevano raffrescato avevano deciso di farlo dormire in casa.  Una mattina Enrico era seduto sul pavimento con Pilù tra le mani che sbocconcellava avidamente briciole di torta, e il gatto si era avvicinato silenziosamente, se l’era trovato davanti e nella sua ingenuità non aveva pensato al pericolo che rappresentava per il suo piccolo amico, anzi aveva sorriso al felino e aveva teso le mani come a volerlo rendere partecipe di quel momento gioioso. Era stato un attimo, non se n’era neppure reso conto, con uno scatto improvviso il gatto aveva afferrato Pilù per la testa ed era scappato via lasciando dietro di se una scia di piccole piume svolazzanti. Enrico l’aveva inseguito ma quando l’aveva raggiunto e il gatto trionfante aveva finalmente lasciato andare la preda, il corpo di Pilù giaceva ormai senza vita. Enrico rimase a guardarlo, attonito, con le lacrime agli occhi. Sua madre  raccolse l'uccellino imprecando e lo portò via, forse lo seppelì ma più facilmente lo buttò assieme ai rifiuti. Enrico rimase inutilmente seduto alla finestra sapendo che il suo amico non sarebbe tornato e in quel momento sentì che la sua infanzia era finita e che se non voleva soffrire più doveva smetterla di affezionarsi, perchè niente e nessuno dura per sempre e alla fine siamo destinati ad essere soli. Avrebbe voluto inseguire il gatto e ucciderlo ma non lo fece, perchè in qualche modo sentiva che aveva seguito la sua natura di cacciatore e la natura non si può cambiare. 


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domenica 13 agosto 2017

SEI COME LA MIA MOTO....



"Voglio solo sperare che prima io poi le delusioni ti facciano un baffo.
Ma vorrei che tu non ti attaccassi troppo a me
te lo chiedo davvero come un favore"


Quello era stato il messaggio del buongiorno.....Non era una novità....
Era una richiesta che lui le aveva già fatto molte volte negli anni….
Lei non avrebbe saputo definirli i sentimenti per lui, ne era stata follemente innamorata e forse lo sarebbe stata per il resto dei suoi giorni, e nonostante le farfalle nello stomaco non fossero passate, si era fatto strada negli anni un affetto profondo, sincero, pulito, che sembrava quasi in contrasto con la passione che la consumava pensando a lui, eppure non era in contrasto….
Lei aveva sempre visto in lui una luce speciale, qualcosa di bello e unico e un po’ folle, che andava al di là del sesso e nel tempo, conoscendolo e anche litigandoci molto, lei aveva avuto la conferma che era un uomo speciale…..il sesso era una parte, importantissima, ma non era tutto, lei teneva alla sua amicizia, al suo rispetto, alla sua sincerità ….avrebbe potuto rinunciare al sesso, ma non a tutto il resto.
Aveva pianto e sofferto per lui, molte volte, ad ogni litigata, ad ogni allontanamento, ad ogni prendi e molla in cui pensava di non rivederlo più e in alcune occasioni il dolore era stato cosi lacerante da pensare che la ferita non si rimarginasse mai…per questo le sembrava strana questa sua richiesta…come se lui avesse cancellato da dove venivano e che tra loro le maschere non ci potevano essere, perché ognuno conosceva l’altro al di là delle apparenze del quotidiano …. 
Forse era questo, che la rendeva libera con lui, o forse chissà cos’era…perché lei aveva smesso di cercare risposte….E ora, ora quel che sentiva non poteva spiegarlo…lui era una boccata di ossigeno, aria pura in una vita che la soffocava…

Se lei avesse dovuto cercare un’immagine che lui potesse capire…Stare con lui era come avere una moto potente…che quando ci sali sopra e parti, dimentichi tutto, l’aria fresca sul viso ti fa sentire libero, e finalmente puoi essere chi sei davvero e fregartene del mondo, vorresti non fermarti mai e non tornare più indietro…..Sai che dovrai tornare ai tuoi doveri e alla tua vita di tutti i giorni.....ma sai anche che potrai riaccarezzare quella moto, salirci in sella ancora e scappare lontano di nuovo per qualche ora….e pensare a questo ti fa stare bene….
E lei sapeva che spesso sulle moto si cade e ci si fa male, molto male, ma questo non ti impedisce di voler ancora riprovare quelle sensazioni, che sono vita….
Sì avrebbe provato a non attaccarsi a lui, perché glielo chiedeva per favore, e perché non voleva diventare un altro “problema” nella sua vita…. e perché lui doveva sentirsi libero di venire da lei, non per educazione, non per obbligo….ma per il piacere di farlo….come aveva sempre voluto ….
Amava in lui questa sua libertà…anche se era proprio quella che forse le avrebbe fatto male prima o poi…
Alla fine siamo qui solo un momento è tutto effimero, tutto un attimo,  e tra tanto dolore, tra tanti casini, com’era bello prendersi una pausa dalla vita con lui e respirare aria pura….

Siamo qui solo un attimo quasi un battito di ciglia......



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giovedì 15 giugno 2017

RISOTTO DI CIPOLLE DI TROPEA E FANTASIA....



 La giornata era volata, con una leggerezza che non ricordava da tempo. Quella mattina lui le aveva scritto su whatsapp “Forse riesco a passare” e quel “forse” l’aveva fatta attraversare le ore in ufficio come se stesse fluttuando su una nuvola. Aveva preso il treno al volo ed era corsa a casa a farsi una doccia e infilarsi qualcosa di carino, una tutina nera aderente senza biancheria sotto, e con la massa di riccioli ancora bagnata che le gocciolava lungo la schiena dandole piccoli brividi di fresco, si era rifatta velocemente il trucco. Era nervosa, elettrizzata e felice e mentre aspettava che quel “forse” diventasse qualcosa di più preciso, si chiedeva come mai lui le facesse questo effetto, ogni volta. Erano passati anni eppure ad ogni suo messaggio lei trasaliva e sperava in un “forse” che rendesse perfetta la fine di una dura giornata. Quando lui scrisse “Parto ora, arrivo tra 45 minuti” lei si mise immediatamente ai fornelli. Aveva calcolato i tempi e mentre aspettava aveva già affettato le cipolle di Tropea. Nonostante i mille trucchi per non piangere, dal tagliare le cipolle immerse in acqua al tenerle in frigo, alla fine il risultato erano  comunque occhi rossi e lacrime inarrestabili che le facevano colare il mascara. Dopo aver tamponato il trucco ed essersi rimessa in ordine, fece andare le cipolle in padella con un filo d’olio, coprì con il coperchio per farle appassire, poi aggiunse il riso e lo fece tostare per qualche minuto. Il caldo cominciava a farsi sentire, spalancò la porta del terrazzo per far entrare in cucina l’aria fresca di quella serata estiva. Nel frattempo preparava il brodo canticchiando Everglow dei Coldplay con la radio a tutto volume,  aggiunse il vino bianco e lo lasciò evaporare per bene, poi cominciò ad aggiungere lentamente un mestolo di brodo e poi un altro man mano che  si asciugava. Si muoveva tra i fornelli mescolando, ballando, aggiungendo e assaggiando, canticchiando felice, gli occhi che non perdevano di vista l’orologio. Sotto la tutina aderente i seni oscillavano liberi senza reggiseno, piccole gocce di sudore scivolavano lungo il collo fin sui capezzoli turgidi e rosa.  Era eccitata e impaziente. Quando le sembrò che il riso fosse quasi a puntino aggiunse dei pezzetti di gorgonzola piccante e altro brodo,  continuando a mescolare, e un’abbondante spolverata di pepe nero…Lui scrisse “ho posteggiato” e dopo pochi istanti suonò il campanello, lei gli corse incontro ed aprì la porta. Finalmente era lì, avrebbe voluto abbracciarlo, baciarlo e portarlo sul divano senza neppure mangiare, ma ostentò un atteggiamento di cauta indifferenza mentre lui faceva scivolare le mani sul suo sedere e scherzava con lei. Era arrivato  in tempo perfetto per  aprire un Cannonau rosso  rubino e profumatissimo e impiattare il risotto.  Tra una chiacchera e l’altra il riso finì, le ciliegie pure…e anche il vino.




Il resto della serata fu il naturale gettarsi l’uno nella braccia dell’altro, giocare, godere, lei si lasciò trasportare da lui in un piacere sempre più profondo e sfrenato che aveva quasi dimenticato esistesse, si sentiva annegare e annaspava, urlava, gridava, si contorceva e impazziva, lui non le dava un attimo di tregua e sembrava sapere esattamente quello che lei voleva e non avrebbe smesso finché non ci fossero arrivati. Sentiva che i suoi buchi si dilatavano sempre di più, bagnandosi mentre lui la penetrava in ogni modo possibile e non riusciva a fare altro che abbandonarsi seguendo i movimenti del suo corpo, venendo una volta e poi un'altra ancora e ancora... Lui venne copiosamente e lei  leccò avidamente ogni centimetro della sua pelle, adorava il suo sapore e non voleva perderne neppure una goccia. Rimasero lì nudi, uno sull'altro a parlare al buio della vita, del sesso e del perché tutto sembri così chiaro col senno di poi, e di nuovo, senza rendersene conto, ricominciarono a giocare e a darsi piacere. Lui lasciò che lei strofinasse a lungo il suo senso sul suo membro, era così tanto che lei non lo sentiva sulla sua pelle che ne era eccitata, inebriata, godeva nel contatto dei loro corpi nudi e della pelle che si sfiorava ad ogni sussulto di piacere.  Lui  la fece venire ancora molte volte e anche lui venne per la seconda volta, di nuovo lei assaporò ogni goccia di nettare lasciando che il sapore di lui le riempisse la bocca. Avrebbe continuato a baciarlo e leccarlo senza smettere mai.... Ritrovava ad ogni carezza quel suo corpo così solido e familiare, respirava il profumo della sua pelle e si abbandonava tra le sue mani, con quel modo di toccarla e accarezzarla, prenderla con forza, che nessun altro uomo sembrava conoscere. Le pareva che la notte non dovesse finire mai …ma finì… Lei avrebbe voluto dirgli rimani, ma non lo fece, perché stava imparando che non bisogna cercare di far durare al infinito le cose belle, bisogna coglierle e viverle, e poi lasciarle scivolare via….sperando che tornino… e così lei lo viveva con tutta se stessa....


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venerdì 2 giugno 2017

UN GIORNO DI MARZO LUI ERA TORNATO



Quando lui era tornato nella sua vita, all’improvviso, in un giorno di marzo, lei non sapeva cosa pensare. Credeva di essere forte abbastanza da affrontarlo e poter instaurare quel rapporto di amicizia che per lei era il naturale prolungamento di un amore finito. Soprattutto quando l’amore era stato unilaterale come nel suo caso, e le era rimbalzato addosso come un boomerang in piena faccia lasciandola dolorante e stordita per un bel pezzo. Non aveva mai capito perché le persone dovessero allontanarsi alla fine di un rapporto, ma era sempre stato così con tutti gli uomini della sua vita, finita la storia si erano volatilizzati, neppure gli auguri di compleanno o una telefonata. E il suo cercare di tenere in vita un filo sottile era spesso stato scambiato dai suoi ex  per un maldestro tentativo di tornare assieme. Per lei era inconcepibile questo atteggiamento, le piaceva pensare che l'amore si trasforma e che dura in eterno anche se sotto altra forma.
Inutile negare che lui le era mancato, le erano mancate le risate e le lunghe conversazioni sul senso della vita, che lo rendevano incline ad un certo pessimismo che lui si ostinava a chiamare realismo.  Non si era fatta pregare per accettare un aperitivo e dopo, visto che erano stati bene, anche per una cena. Lui sembrava decisamente diverso rispetto alla rudezza di modi che lei ricordava, era gentile ed attento, la ascoltava e le raccontava di se, era pieno di piccole attenzioni anche solo nel cercarla per il buongiorno, sembrava aver lasciato cadere qualche muro tra loro ed essere più disposto a lasciarsi leggere dentro. Senza preventivarlo, dal cenare e parlare amabilmente, al sedersi sul divano a baciarsi era stata la cosa più naturale del mondo. D’altronde tra loro l’attrazione fisica non era stata mai un problema. Problemi ce n’erano tanti ma il sesso decisamente non era uno di quelli.  Ma da lì in poi era iniziato il disastro: una volta che lui aveva ripreso possesso del suo giocattolo, le attenzioni erano finite ed era tornato lo stronzo di prima. Egoista, egocentrico, anafettivo, prepotente e padrone. Bugiardo sì, ma non nel modo in cui lo sono tutti, perché lui non raccontava bugie, lui ometteva, e quando gli facevi notare che omettere era come mentire, ti rispondeva che aveva omesso cose che non erano importanti. Così nelle sue omissioni c’era tutto un mondo, il suo mondo reale, in cui non le consentiva di entrare. Lui ci aveva tenuto a precisare, da subito, che voleva essere libero e aveva delle “situazioni” in giro e lei non ne era rimasta stupita, perché alle sue situazioni sparse per l’Italia c’era abituata. Non le era mai importato delle altre donne, erano parte del suo fascino, a lui piaceva il gioco della seduzione ed era terribilmente bravo a vendersi, ed in fondo anche lei l’aveva conosciuto così  e le era piaciuta proprio quella sicurezza di se, quell’atteggiamento così deciso e virile che sembrava calamitare gli sguardi. Sì lui era di tante però tornava a cercare lei alla fine (lei se lo ripeteva spesso). Che lei accettasse il suo bagaglio di “situazioni in giro” non significava che non ne soffrisse e spesso quella sofferenza non riusciva a tenerla dentro così litigavano e alla fine lui le diceva “sono così” e lei non poteva fare altro che prenderlo così, che poi era il modo in cui lo voleva.

No, non aveva mai pensato che lui fosse cambiato da quando era tornato. Lei era fermamente convinta che nessuno cambi, ognuno resta com'è, al limite si adegua alle circostanze, un pò come quegli alberi che per sopravvivere assumono le forme più strane per allungarsi verso la luce, ma la radice, la radice resta ben salda al suolo e quella anzi scava e scava. Così la nostra radice non la possiamo cambiare ma ci adeguiamo alla vita, e ci facciamo plasmare dalle circostanze per sopravvivere. Ma lei ci aveva sempre visto qualcosa di buono in lui, qualcosa di fragile e incrinato nel fondo dei suoi occhi, e aveva sempre sperato che lui la lasciasse entrare fin laggiù in quelle profondità.
Dopo quell'ultima sera, anche se avevano tentato di ricucire lo strappo, si rendeva conto che qualcosa si era spezzato in lei. Non era un questione di cambiamenti non avvenuti, di illusioni troppo a lungo inseguite, di sogni che non si sognano più, era che quel barlume di tenerezza che lei intravedeva forse era stato solo un'ombra, un lampo fugace, un'illusione come tutte le altre illusioni che si era fatta. Lui non la voleva era questa la realtà. Non c'erano se e non c'erano ma e non c' erano altri discorsi da fare. Era evidente, per chiunque, forse da sempre. Ora anche per lei. Lui la voleva come si vuole un giocattolo, una bambola, un passatempo, non come si vuole avere accanto una presenza femminile che ti scaldi il letto e il cuore. Forse per qualche breve istante questa volta si era lasciato avvicinare di più, ma quando aveva visto che con poco sforzo lei tornava ad essere sua, il gioco non l'aveva più interessato. E lei si domandava cosa la spingeva ancora verso di lui a questo punto della sua vita. C'erano stati anni in cui era innamorata pazza, ma quegli anni erano lontani, le era rimasto un sentimento profondo, viscerale, un'attrazione fisica fortissima ma doveva esserci di più. E lei scriveva per cercare di leggersi dentro, spiegarsi, trovare un motivo a questa passione. Non tutte le cose hanno una spiegazione logica, questa non l'aveva. Lei aveva una vita difficile, non aveva mai avuto sconti, aveva lottato per ogni singola briciola del suo presente, ed era un presente in costante salita e di cui non vedeva la discesa. In tutto questo poteva dirsi soddisfatta dei piccoli grandi traguardi raggiunti, e molto c'era ancora da faticare. E lui dopo anni tornava in quel giorno di marzo e destabilizzava tutto, come se lei fosse ancora quella ragazza ingenua che si era innamorata e persa nei suoi occhi anni prima. Ogni volta che lui tornava lei si sentiva ancora così e tutte le sue certezze le franavano sotto i piedi. E l'unica cosa di cui sembrava importarle era potersi specchiare nei suoi occhi. 


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