
Ho riflettuto a lungo se in questo mio modesto spazio
virtuale, dovessero trovare posto anche la cronaca, l’attualità, la politica, o
se dovesse rimanere uno spazio dell’anima, quasi un rifugio magico e incontaminato in cui
trovare sollievo dalle cose brutte del mondo. Ma
alla fine mi sono detta che dovevo scrivere tutto, tutto ciò che mi turbava,
dilaniava, quello che mi indignava e che mi faceva arrabbiare, quello che vedevo ogni giorno intorno a me, tutto ciò che era parte non solo della mia anima più profonda ma
anche della mia vita quotidiana. E ho deciso di cominciare con uno degli argomenti
che mi stanno più a cuore e sul quale mi riprometto di tornare spesso: la violenza
sulle donne. Non è facile parlane, non è facile soprattutto in quanto donna, mantenendo quello che sarebbe un necessario distacco, infatti non lo manterrò.
Le notizie che arrivano dall'India in queste ultime settimane sono terribili, per quanto non siano novità è stata portata, finalmente, alla luce quella che è una drammatica realtà quotidiana per le donne della più "grande democrazia del mondo". Per la prima volta in India le donne sono scese in strada, per chiedere niente di più che il rispetto dovuto ad ogni essere umano, donna o uomo che sia. Rispetto del quale sono private fin dalla nascita, per un sistema sociale e culturale che le relega su un piano di inferiorità rispetto agli uomini. Sulle vicende dell'India mi riprometto di aprire un post successivo, per ora rimango, come tutti, nell'attesa di una sentenza, che spero sarà esemplare: la pena di morte o in alternativa, ed è quello che auspicherei anche in Italia per lo stesso reato, il resto della vita in carcere senza mai più la speranza di rivedere la luce del sole.
Ogni volta che apro il giornale e c’è la notizia
di uno stupro è come se lo subissi anche io. Penso che accada ad ogni donna. Ogni
volta ripenso a Valentina, anche se non la conoscevo personalmente. Mi è
rimasta in mente, come se la conoscessi da sempre, come se fossi riuscita a
cogliere il suo dolore e viverlo con lei e ora quel dolore fosse parte di me, e ogni nuova violenza lo facesse riaffiorare. La sua storia è la storia di tante,
di troppe donne, la storia di molte di noi. Valentina veniva da Casale Monferrato. Era arrivata a Milano
con tutto l'entusiasmo dei suoi 22 anni, studiava medicina a Milano e aveva
tutta la vita davanti e tanti sogni. Quella sera di giugno del 2002, Valentina
era appena uscita da un concerto, a Milano, in compagnia del fidanzato Lorenzo.
Una Mercedes super lusso si avvicinò: tre giovani della Milano "bene".
Uno rimase in auto a far il palo, gli altri due immobilizzarono il ragazzo e
stuprarono Valentina lì per terra. I sogni di Valentina finirono in quel
momento, su quel marciapiede. Lei ha avuto il coraggio di denunciare
i suoi aguzzini, di affrontarli in tribunale, di farsi massacrare per sei anni
da quella cosiddetta giustizia che mette sotto accusa le vittime di stupro
facendole sentire come se "se la fossero cercata", come se lo stupro
non fosse il più schifoso dei reati ma solo un incidente di
percorso. Valentina ha dovuto guardare i suoi stupratori riderle in
faccia in tribunale, forti dell’appoggio delle loro famiglie
"bene", delle loro fidanzate "bene", dei loro amici
"bene". Condannati in primo grado e in appello non hanno fatto
neppure un giorno di carcere. Addirittura il terzo ragazzo, che aveva fatto il
palo, non è stato neppure condannato. Valentina ha avuto la forza di chiedere giustizia
per anni, ma non ne ha avuta.
"Mamma sai cos’è che
mi sconvolge di più? E’ che quei due non mi hanno neanche chiesto scusa, non
sembrano pentiti". "Non si rendono conto del male che mi hanno
fatto".
Tanto male da non voler più vivere con quel
dolore nell’anima. In un tentativo di ricominciare a vivere, Valentina aveva
scelto la specialità di neuropsichiatria e aveva scelto Torino come nuova
città. Una nuova casa a due passi dalla chiesa, a due passi dalla caserma dei
carabinieri, a due passi da piazza Vittorio, a due passi da Palazzo Nuovo:
insomma, un isolato pieno di vita, di ragazzi, di gioventù. Venerdì mattina, ha mandato un sms ai genitori scrivendo di avere un forte mal
di testa. Non era quello il problema. Era il senso di vuoto per non avere più
un'anima e un corpo suo. Valentina si è impiccata. Ha smesso di lottare.
Si è tolta il respiro, in solitudine, con una corda, ma il suo strangolamento silenzioso è
durato sei interminabili anni. I due condannati non hanno scontato nemmeno un
giorno di carcere, ora hanno mogli "bene" e figli "bene"...forse anche figlie. Valentina voleva
solo che capissero, che si pentissero. Forse quello avrebbe alleviato il suo
dolore. Forse. Non lo sapremo mai. Ma di una cosa ho la certezza. Sono
convinta che non capiranno mai, che non proveranno mai nessun rimorso, perché
il senso di colpa prevede l’esistenza di una coscienza e loro non ne hanno.

Lo scorso anno la Cassazione ha annullato una
ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il
carcere per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti
di una ragazza del frusinate.
In merito alla sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4377 del
2012 (dep. 1 febbraio 2012) sull’abolizione dell’obbligatorietà del
carcere come misura cautelare estesa anche all’ipotesi del reato di
violenza sessuale di gruppo si è letto e
dibattuto molto. Le opinioni di giuristi, avvocati e delle donne sono molto diverse. A partire dal 2009, con l'approvazione da parte
del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale non era
consentito al giudice di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di
atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse del carcere. Secondo la Corte Costituzionale,
invece, la norma è in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla
legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione.
Per questo la Consulta ha detto sì alle alternative al carcere. Adesso la terza
sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che i principi
interpretativi che la
Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza
sessuale e atti sessuali su minorenni sono in toto applicabili anche alla
violenza sessuale di gruppo. Cioè la Corte ha ritenuto che il reato di
violenza sessuale di gruppo fosse privo di quelle particolari
caratteristiche “associative”, proprie del fenomeno mafioso, tali da
consentire un trattamento speciale ed eccezionale, “sottratto” alla
valutazione di adeguatezza e proporzionalità delle misure cautelari da
parte del giudice. Dunque torna alla valutazione di adeguatezza e
proporzionalità, da parte del giudice, se disporre o meno la custodia
carceraria. Il che significa che, nella maggioranza dei casi, visti i giudici italiani, avremo stupratori comodamente seduti sul divano di casa loro. Alla faccia delle vittime e della giustizia.
E' aberrante applicare misure alternative al
carcere per lo stupro di gruppo. Una donna che vede negato il carcere per i suoi
carnefici subisce una seconda violenza. Le aggravanti per i reati di
violenza sessuale furono introdotte proprio per evitare lo scempio della
condanna senza un giorno di carcere per chi commette un reato grave come
questo. Uno stupratore può, e spesso accade, sottrarsi al giudizio, fare pressione sulla vittima per evitare la
denuncia e ripetere il reato. Lo stupro è uno dei reati più odiosi,
specialmente se di gruppo, in cui la vittima è spesso lasciata sola ed oltre al
danno fisico ha anche un danno psicologico immenso. In tali condizioni è
difficilissimo trovare la forza di reagire e denunciare per questo trovo
sbagliato "applicare la misura cautelare più idonea a soddisfare le esigenze
sociali con il minimo sacrificio della libertà individuale” ad individui che
vigliaccamente non hanno dimostrato nessun rispetto per la libertà altrui.
Per i reati di mafia lo stato giustifica misure
eccezionali in quanto riconosce una generalizzazione di criteri e comportamenti
criminali nella cultura mafiosa; non così per i reati sessuali che non
sarebbero, malgrado l’allarme sociale costante che determinano, connotati da
omogeneità, cioè non vi sarebbero comportamenti, cause, mezzi, modalità
generalizzate, sicché ogni caso si differenzia dall’altro. Il punto politico è
proprio questo. Non basta qualche centinaio di donne uccise ogni anno, magari
in casa loro da mariti o “pretendenti” respinti, non basta qualche migliaio di
donne stuprate ogni anno, non basta che 1.400.000 donne abbiano subito
molestie. Nel nostro paese esiste e persiste una compatta e
omogenea cultura dello stupro. Radicata anche nella sua storia. C’è ancora
qualcuno che ricordi il delitto d’onore o il matrimonio riparatore? Amorose
fantasie o squallidissime procedure giuridico sociali, durate sempre uguali per tempi
immemorabili? La dobbiamo riconoscere e nominare questa miseria culturale. E’
il solo modo per combatterla. Una legge che permette questi abomini, che non
punisce i colpevoli, permettendo a degli assassini, di uscire, di godere di
regimi di semilibertà, non è una legge seguita da una giustizia. Sì assassini.
Ogni stupratore è sempre un assassino. Se anche la sua vittima continua a
respirare, per sempre ne avrà comunque uccisa la vitalità più
intima. Lei sarà morta, pur vivendo.
Le immagini di questo post sono tratte dalla mostra “Silenzio”, dedicata a Valentina Cavalli, a Casale Monferrato. La mostra, sostenuta dall’Associazione “L’Albero di Valentina”, ha affrontato il tema del silenzio in rapporto a temi sociali quali la repressione della libertà e la violenza fisica e morale, considerando “l’aspetto ambivalente del Silenzio. L’imposizione del Silenzio come arma di repressione della società o della libertà individuale. Silenzio come scelta omertosa, vigliacca e ipocrita. Silenzio come difesa per nascondere la violenza, la vergogna e i soprusi.” Oltre ai disegni di Valentina, i visitatori hanno potuto ammirare le opere dei giovani del collettivo r-EVOLution: Alan Zeni, Alessandro Minoggi, Mattia Barf Carne, Francesca Lolli, Lele De Bonis, Linda Ferrari, Manu Zuccarotta, Manusch Badaracco, Marcella Savino, Matteo Suffritti e Stefano Landolfo. Vittorio Sgarbi ha partecipato alla serata conclusiva. www.alberodivalentina.it