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venerdì 18 gennaio 2013

NEPOTISMO: UNA PIAGA ITALIANA


Alejandra Karageorgiu

Quando si dice che la famiglia è tutto: nella lista dell'Udc ci sono così tanti parenti che il simbolo è a forma di albero genealogico. In uno slancio di nepotismo senza freni Casini mette in lista la cognata, il "quasi" genero e il marito della sua portavoce, con l’aggiunta del nipote di De Mita come ciliegina sulla già ricca torta. Insomma le primarie le hanno fatte a cena tra di loro, più democrazia casalinga di così non si può.  Pd e Pdl non sono da meno: arrivano le "nuove generazioni" di parenti politici...ma purtroppo la new generation in questo caso non di new non ha niente ma è la prosecuzione della old generation. Lascia  il deputato foggiano Angelo Cera, per far posto al figlio Napoleone Cera, l’eurodeputato Gino Trematerra, per far posto al figlio Michele. Anche nel Pd hanno incrementato le “nuove generazioni” di parenti politici. In Lombardia viene candidata Giulia Mancini moglie del deputato Claudio, a Benevento la nuora di Floriano Panza, Anna Chiara Palmieri, a Napoli ricandidata la signora Anna Maria Carloni, moglie di Bassolino.Nel Pdl, infine, candidate Chiara Geronzi, giornalista del Tg5 figlia di Cesare, Katia Gentile figlia dell’assessore regionale Pino e nipote del senatore Antonio Gentile, e Luca Morrione, figlio dell’ex deputato Ennio. L'elenco potrebbe continuare a lungo e alla fine pur raschiando il fondo sono davvero poche le new entry, sono tutti candidati-riciclati in formato casereccio, come quando nelle grandi aziende di stato c'era l'uso di mandarti in pensione un pò prima però se assumevano tuo figlio. Ecco qui lasciano lo scranno a cui si son aggrappati per anni purchè rimanga in famiglia, altrimenti non lo mollano, non sia mai che vada ad uno in gamba e che sappia fare qualcosa di utile. Si parla tanto di meritocrazia ma pure le candidature si passano di padre in figlio, come le investiture al trono, insomma siamo ancora al Medioevo. Però nel Medioevo almeno potevamo scendere in piazza con i forconi.... Poi ci lamentiamo del nepotismo che vediamo negli ospedali, dove anziché privilegiare medici validi si privilegia l’assunzione di figli inetti di primari politicizzati, nelle università dove ci sono intere generazioni di docenti consanguinei, padri, madri e figli, amanti e pronipoti, alla faccia dei concorsi pubblici, tutti lì per merito ovviamente. Poi quelli davvero bravi devono andare all'estero dove si lavora se si vale e non in virtù del cognome. Certo è pur vero che ognuno ha i suoi meriti, pure le igieniste dentali e le letteronze. E la cosa drammatica è che ci sarà chi li vota…. La meritocrazia in Italia non esiste. Non esiste perché in generale noi italiani (non tutti per fortuna ma la maggioranza) rifiutiamo che essa esista in quanto davanti ad un'alternativa scegliamo sempre quella più semplice e più comoda per noi, anche quando significa compiere un’azione disonesta. La meritocrazia è non è una parola astratta ma un principio educativo, un fattore base in una cultura civile, un modo di vivere. Per far tornare la meritocrazia tra noi, semmai c'è stata, ci toccherebbe compiere un grande sforzo civico, morale, culturale: dovremmo tornare ad essere onesti.

Tutti noi cittadini, dal primo all'ultimo, compiere le nostre scelte secondo ciò che è giusto e non secondo ciò che ci fa comodo. E in questo paese è impossibile. Se il sistema meritocratico fosse stato attuato in Italia negli ultimi vent’anni, tutti noi ci saremmo risparmiati vent’anni di berlusconismo con annesse soubrette, spogliarelliste e starlette.  Ma la meritocrazia parte dal basso, dalle scelte che ognuno di noi fa nella vita di ogni giorno. E (detto con triste rassegnazione) non vedo meritocrazia intorno a me, a partire dal posto dove lavoro...A parte la mia modesta e personale opinione c'è quella del Washington Post. Le grandi testate giornalistiche mondiali sono tali perché sanno individuare e scegliersi grandi giornalisti. Il quotidiano The Washington Post non sfugge questa regola aurea e dobbiamo ammettere che Steven Pearlstein é prima un profondo conoscitore di uomini e poi il giornalista che sa cogliere l’essenziale, andare subito al sodo, esporlo ad arte. Con la garbata cortesia anglosassone, che riesce ad usare anche un pizzico di fine ironia pur in argomenti seri, molto serie. In un recente articolo “Italy’s culture threatens its economic future” coglie pienamente il segno nell’individuare il tratto caratteristico degli italiani, l’elemento che blocca lo sviluppo culturale, politico, sociale ed economico dell’Italia: il nepotismo. E ne da un giudizio lapidario. Come del prof. sen. Mario Monti: «honest and largely unknown economist». 

A limitare la crescita economica dell’Italia è il nepotismo che porta ad una gestione mediocre e impedisce ai migliori talenti di crescere. Senza una rivoluzione culturale e politica è difficile vedere come questo amabile e affascinante bastione della vecchia Europa possa uscire dalla crisi dell'euro e costruire un futuro economico. Nepotismo non solo familiare, non sempre figli o nipoti sono allo stesso livello dei padri o degli zii, ma anche a livello di scambio di favori tra membri di consorterie reciprocamente vincolati da indefettibili patti di mutuo soccorso, anche contro ogni possibile buon senso. E quasi invariabilmente i raccomandati sono tanto fessi qaunto impreparati: due caratteristiche che riunite sfociano in una presunzione smisurata. Questo sia nell’impresa privata, specie quella di dimensione piccole – medie, ma soprattutto nel pubblico, ove i concorsi sono quasi invariabilmente ad personam. I concorsi pubblici italiani sembrerebbero l’apice del virtuosismo del più perfetto dei sistemi nepotistici. Perla dell’articolo è però una frase, riportata quasi in modo sommesso: impedisce ai migliori talenti di crescere.

Un pizzico di nepotismo non lo si nega a nessuno ma dosi massicce sono certamente dannose. Ma quando il nepotismo si spinge al punto di impedire «ai migliori talenti di crescere», allora quella Collettività é condannata. Invece di evolversi, si involve in una spirale di decadenza che porta alla fine alla scomparsa. Ecco perché Pearlstein conclude dicendo che «senza una rivoluzione culturale e politica» l’Italia non potrà costruirsi un futuro economico.
(http://www.rischiocalcolato.it).

Per l'occasione balliamoci su....con le mitiche
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