Per comprendere la tragedia degli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia che hanno vissuto i massacri delle foibe perpetrati durante e dopo la seconda guerra mondiale,è indispensabile pensare alle cose che ognuno di noi reputa importanti: la famiglia, gli amici, la casa, i beni, i ricordi, le proprie radici legate a suoni, sapori, odori della terra in cui si è cresciuti e al legame inscindibile con i propri morti. I 350.000 italiani costretti a fuggire dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia hanno dovuto lasciare tutto questo. Hanno perso familiari, amici e conoscenti, le loro case e proprietà sono state confiscate e mai indennizzate.Sono dovuti partire con una valigia, la loro vita in una sola valigia, e mai più hanno potuto tornare alle loro case. Anche quando, in anni recenti, hanno potuto rivedere la loro terra, hanno potuto farlo solo da turisti, da stranieri in casa loro.
Accusati di essere criminali italiani, nemici del popolo, migliaia di loro sono stati massacrati senza pietà, vittime di una furia omicida alimentata da un nazionalismo esasperato. Costretti a optare tra rimanere italiani e andarsene, oppure divenire jugoslavi pur di rimanere sulla propria terra, la maggior parte di loro ha scelto la via dell’esilio rimanere italiano, scelta che venne accolta in Italia con l’ostilità e il fastidio che si prova per gli indesiderati.La propaganda comunista, l’indifferenza e la disinformazione li fecero apparire all’opinione pubblica come criminali, reazionari e fascisti. Sostenere che in una terra di frontiera, disomogenea e pervasa, per secoli, da passioni contrastanti tra etnie diverse, gli istriani fossero tutti vocati al fascismo è evidentemente illogico rappresenta semplicemente una delle tante menzogne raccontate su un popolo che, nonostante le profonde ingiustizie e atrocità subite, non ha mai, in alcun momento, fatto ricorso all’uso della violenza e al terrorismo. Un esempio dal quale, anche quei popoli che rivendicano oggi il diritto di avere una propria terra, dovrebbero trarre insegnamento.
La memoria dei martiri delle foibe è stata sepolta ed infangata per decenni. Dopo una spietata "pulizia etnica", gli esuli hanno dovuto subire infatti anche una pulizia storiografica e la loro tragedia è stata dimenticata. Con il loro sacrificio ed i loro beni, gli esuli hanno pagato una consistente parte del "debito di guerra" per la sconfitta dell’Italia. La loro tragedia, sepolta per oltre cinquant’anni, con colpevoli lacune e disarmanti silenzi, è stata frutto di una epurazione tanto vergognosa quanto "necessaria" per non dover riconoscere ed ammettere anche gli innumerevoli errori compiuti in nome della Resistenza.
Ricordare gli italiani uccisi nelle foibe dai comunisti di Tito è un atto di giustizia dovuto, perché la mancanza di verità storica costituisce un oltraggio alla memoria delle vittime ed insieme alla nostra coscienza.
Le motivazioni che hanno portato all’ "Olocausto" e alla "pulizia etnica"sono profondamente diverse così come lo sono le loro dimensioni. I nazisti eliminarono gli ebrei e gli zingari, gli omosessuali e i portatori di handicap per ragioni "razziali", una sorta di "pulizia biologica"; i titini eliminavano gli italiani per balcanizzare il territorio e "bonificare" l’Istria, Fiume e la Dalmazia dalla presenza millenaria del ceppo latino-veneto.
La "pulizia etnica" posta in atto contro gli italiani è sempre stata considerata una tragedia minore, un fenomeno reattivo, una conseguenza dei torti subiti durante il fascismo, che costituirono sicuramente un ottimo pretesto, servito su un piatto d’argento, al nazionalismo di Tito, ma non certo la causa primaria. Quei tragici avvenimenti furono infatti il frutto di un disegno politico scientemente preparato e cinicamente eseguito.
La tragedia istriana, giuliano dalmata è stata per decenni omessa da tutti i testi scolastici ed è solo da dopo il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, che in alcune edizioni viene riportata qualche informazione a riguardo, anche se spesso, purtroppo, ancora in forma superficiale e didascalica. Ma in merito al genocidio titino, non c’è mai stata alcuna presa di posizione ufficiale di condanna da parte dei governi balcanici: la Jugoslavia prima, la Croazia e la Slovenia poi, oltre a non aver mai espresso le loro "scuse ufficiali" ai familiari delle vittime, non hanno collaborato ad aprire, agli storici di tutto il mondo, i loro archivi di stato.Anche sul piano giudiziario, mentre molti gerarchi nazisti sono stati processati a Norimberga nessun criminale titino ha invece scontato un solo giorno di carcere, a cominciare proprio dal loro leader, inspiegabilmente a lungo stimato e riverito da molti capi di stato. Ai criminali di guerra slavi l’Italia ha addirittura concesso e sta ancora versando la pensione INPS, che non ha mai invece riconosciuto ad alcuno degli internati nei lager titini.
10 FEBBRAIO GIORNATA DEL RICORDO